Come usare la tajine

Lunedì, 13 Novembre 2017 14:54

Come si usa la tajine? Quali sono le caratteristiche da tenere in considerazione quando la compriamo? Quali sono i piatti che possiamo cucinare in questa pentola tipicamente marocchina?

Le domande che ci poniamo di fronte alle pentole tajine sono molte, ed è normale, poiché questo strumento etnico di cottura sembra all’apparenza simile ai nostri, ma ci sono regole specifiche per utilizzarlo al meglio.

Ecco quindi la nostra guida per capire come sfruttare al meglio la tajine, la pentola nordafricana per la cottura lenta dei nostri cibi.

Come usare la tajine: le regole per utilizzare al meglio la pentola marocchina in ceramica perfetta per le cotture lente

Innanzitutto, prima di comprare una tajine dobbiamo assicurarci di una cosa: che non sia prodotta con materiali tossici e che non ci siano decorazioni fatte con colori non naturali e non certificati. Sempre meglio sceglierla naturale, semplice e sicura.

Ma capiamo meglio cos’è la tajine: la tajine è una pentola (o tegame) originaria della zona del Maghreb, in Marocco, ed è riconoscibile per la sua forma caratteristica. È infatti composta da due elementi, un piatto con bordi alti e un coperchio conico parecchio alto, con un buco nella parte superiore (come un vulcano).

Per questa sua conformazione tradizionale, la cottura è unica, poiché prevede che il vapore salga verso l’alto, sulla parte alta del coperchio, e che condensandosi ricada poi sui cibi, mantenendoli così morbidi. Altra caratteristica della cottura è che non prevede l’azione del mescolare, proprio perché i cibi rimangono comunque morbidi e non si attaccano sul fondo.

In terracotta o in ceramica, la tajine come tutte le pentole realizzate in questo materiale prevede, durante la cottura, l’uso di uno spargifiamma, per evitare bruciature o sbalzi di temperatura troppo repentini che possono portare alla rottura del tegame.

Per lo stesso motivo, prima del primo utilizzo è sempre meglio temperarla, facendole fare a vuoto una cottura a bassa temperatura (con la fiamma al minimo). E attenzione ai cambi di temperatura: è sempre meglio non aggiungere liquidi troppo caldi nella tajine fredda, e viceversa non andrebbero posti cibi o liquidi freddi nella tajine calda.

Come accennato, la tajine è ottima per le cotture lunghe (dalle 2 alle 4 ore) a bassa e media temperatura ed è comodissima poiché gli ingredienti solitamente vanno aggiunti tutti insieme, e non uno alla volta. Come nelle ricette che prevedono carne e verdure: se in una normale pentola andrebbero prima la carne e poi le verdure, qui possiamo mettere tutto insieme all’inizio della cottura senza preoccuparci, perché gli alimenti si ammorbidiranno in ogni caso in maniera uniforme.

Essendo la cottura basata sul ritorno del vapore sugli alimenti, un’altra comodità è la necessità di pochi liquidi: olio di oliva e acqua potranno essere utilizzati con parsimonia, poiché non evaporeranno mai del tutto e contribuiranno comunque alla morbidezza del cibo.

Ma quali ricette possiamo realizzare nella tajine?

Innanzitutto le verdure cotte per contorno, con spezie e legumi (buonissime con il riso basmati bianco o con il cuscus): basta tagliarle a dadini, aggiungere le spezie e le erbe aromatiche che preferiamo (e, se ci piace, qualche cubetto di tofu) e cuocere a fiamma bassa per un’oretta o due (in base alla consistenza che vogliamo ottenere e in base all’acqua delle verdure: se sono acquose ne basterà meno, in caso contrario aggiungiamone un bicchierino), condendole semplicemente con dell’olio d’oliva e un goccio d’acqua.

Anche il pollo è delizioso nella tajine, perché con questa pentola possiamo preparare ricette diverse dal solito, come il M’qalli marocchino, a base di pollo a pezzetti e olive, zafferano, zenzero, cannella e limone.

Lo spezzatino (anche di seitan) nella tajine è ancora più buono, perché la tradizionale lunga cottura acquista morbidezza grazie al vapore. In due ore, dopo aver rosolato la carne con cipolla e olio e aver aggiunto il pomodoro (e le lenticchie, se piacciono) otterremo uno spezzatino morbido e gustosissimo.

Alla fine, non essendoci bisogno di mescolare ed essendo la tajine bellissima da vedere, potremo utilizzare il piatto alla base della pentola come piatto di portata, portandolo direttamente in tavola e lasciando che ognuno si serva da solo.

Dopo aver quindi capito come funziona la tajine, è tempo di sceglierla. Se non avete in programma un viaggio in Marocco non preoccupatevi: online e nei negozi di casalinghi se ne trovano di moltissimi tipi. Come dicevamo va sempre posta l’attenzione sulla salubrità dei materiali, che devono essere naturali e certificati. Il migliore, a nostro avviso, è la ceramica Zisha, che in Italia troviamo prodotta da SiqurSalute, le cui tajine sono davvero ottime, perché realizzate con questa antica ceramica priva di nichel che alcalinizza l’acqua e che è antiaderente naturale.

Giulia Mandrino  

“Questa (non) è matematica”

Lunedì, 13 Novembre 2017 08:57

Ora, da adulti, possiamo dirlo: c’è sempre quella materia che, per quanto ti sforzi, proprio non ti riesce. Ad esempio? I più creativi e letterati troveranno la matematica impossibile, astrusa, troppo concettuale. E viceversa gli inclini al pensiero matematico penseranno sia piuttosto difficile studiare le materie più creative e umanistiche. Stavolta, però, tutti dobbiamo ricrederci. Perché un modo per coniugare arte e matematica c’è, e questo libro piacerà tanto ai bambini detrattori della matematica quanto agli amanti delle scienze. Perché rendere la matematica un gioco per bambini è possibile, ma soprattutto è possibile formare un pensiero matematico anche attraverso la creatività e l’arte.

“Questa (non) è matematica”: il libro creativo di Anna Weltman per sviluppare un pensiero logico e matematico anche attraverso l’arte

Matematica e arte sono due mondi apparentemente distanti anni luce che in realtà hanno moltissimi punti di contatto. Questi punti di contatto tra arte e matematica possono essere ad una prima occhiata semplicemente le forme geometriche; in realtà c’è moltissimo in comune: questo libro di Anna Weltman, “Questa (non) è matematica” guida i bambini proprio alla scoperta di questo mondo, che è un mondo dove possiamo imparare la matematica e la geometria attraverso i colori, le spirali, i disegni, il 3D, le inclinazioni, i mandala…

“La matematica è piena di schemi, e gli schemi possono essere belli, curiosi e affascinanti”, si legge nelle prime pagine, che sono seguite direttamente dalla descrizione della bellissima “cassetta degli attrezzi” di cui i bambini avranno bisogno per intraprendere questo viaggio attraverso la matematica e l’arte: goniometro, compasso, forbici, carta, carta millimetrata, carta bianca, carta lucida…

Di pagina in pagina, quindi, vengono proposte attività creative parecchio geometriche e logiche (è ovvio che la matematica passa più da questo che dall’astrazione e dal caos creativo senza criterio che solitamente promuoviamo; ma naturalmente c’è bisogno anche di logica, nella crescita mentale): dai cerchi alle spirali, dagli angoli ai pattern ripetitivi, ogni gioco creativo porta con sé bellezza, perché i disegni che i bambini riescono a realizzare seguendo le regole della matematica sono caratterizzati proprio da questo: dalla bellezza.

Imparare che la matematica è anche bellezza è solo il primo passo verso la comprensione di questa materia, perché quando un argomento diventa interessante agli occhi dei bambini, beh, diventa anche automaticamente più semplice.

La matematica è bellezza perché è ripetizione ordinata, perché i numeri creano schemi, perché le proporzioni si ripetono, perché disegnare attraverso i suoi precetti fa scoprire che il pensiero logico è davvero, davvero affascinante, anche visivamente, non solo a livello concettuale.

Con il compasso i bambini possono disegnare i cerchi, ma anche mille altre figure come fiori e cuori che nascono proprio dalla precisione e dall’ordine, puntando sempre la punta del compasso e non disegnando a mano libera; possono scoprire che con allenamento si possono realizzare dei cerchi (quasi) perfetti, ma che con il compasso è tutta un’altra storia; possono scoprire che attraverso tre punti passa una sola circonferenza… E così via, con i pastelli e le matite colorate che poi rendono tutto più carino.

Ma non solo cerchi, compassi e forme curve! “Con un tocco di creatività, l’arte può dare vita a numeri e forme, e allora accadono le cose più incredibili! A partire da una serie di punti puoi disegnare bellissime forme a spirale, oppure creare un’intricata tela 3D. Grazie a principi matematici puoi disegnare in prospettiva, creare illusioni impensabili e mettere alla prova il cervello con sorprendenti enigmi matematici”.

 

No, questo libro non insegna solo la (interessantissima!) differenza tra un alligatore e un coccodrillo (che, ammettiamo, anche noi non conoscevamo!). Questo libro illustrato e raccontato con un linguaggio semplice e divertentissimo insegna un valore prezioso: la bellezza dell’individualità e delle differenze di ognuno di noi. Con un finale a sorpresa che fa scompisciare i bambini!

“Uffa! Non sono un coccodrillo! Mi chiamo Alfonso e sono un alligatore”: il libro di Delphine Perret che parla ai bambini di differenze

Il libro “Uffa! Non sono un coccodrillo!” edito da La Margherita narra la storia di Alfonso Alligatore, che coinvolge suo cugino Cesare Coccodrillo nella crociata contro i bambini che si ostinano a chiamarlo “coccodrillo”.

No, lui non è un coccodrillo, e c’è una grossa differenza! Perché allora non andare alla ricerca dei bambini di Nonsisadove per fargli capire che Alfonso e Cesare sono due animali diversi?

I bambini li trovano proprio in una scuola, perché è mattina, ed è chiaro che non sono in giro per la città! Il bello del libro è anche questo: non solo la storia dei due animali, ma anche le illustrazioni. La scuola è disegnata in maniera semplice ma deliziosa, con tantissimi cartelloni (anch’essi educativi quanto la narrazione!).

I bambini imparano quindi concretamente la differenza tra i due animali, conoscendoli dal vivo. E allo stesso modo il coccodrillo e l’alligatore scoprono come sono fatti questi “bambini” di cui tutti parlano così tanto.

Ciò che la gente si aspetta che noi siamo a volte (anzi, spessissimo) non corrisponde a ciò che siamo veramente. Quindi perché accettare di venire considerati qualcosa che non siamo? Perché rimanere incastrati in un ruolo che non ci appartiene solo per soddisfare le aspettative di qualcun altro?

Ma non solo: cosa imparano i bambini a scuola relazionandosi direttamente con Alfonso e Cesare? L’importanza dell’interesse, della curiosità e della conoscenza. Quando vivevano non sapendo la differenza tra un alligatore e un coccodrillo basavano i loro giudizi sull’ignoranza, ignorando la differenza tra i due animali e ignorando il loro essere più profondo: conoscendoli scoprono che non sono i tanto temuti predatori descritti nei libri, ma simpaticissimi animali con aspirazioni e problemi!

Bastava chiedere, insomma. Bastava conoscere. Un’attitudine preziosa che è il primo passo verso l’empatia e che i nostri bimbi sapranno certamente mettere in pratica dopo aver letto questo libro educativo, divertente ed emozionante.

 

I bambini crescono. E lo fanno davvero, davvero in fretta. Chi di voi ha bambini che, ad esempio, stanno iniziando le elementari (o le medie!) saprà la sensazione che ti assale all’improvviso nel momento in cui ti accorgi che, caspita, sono cresciuti in maniera esagerata, che sembra ieri che li cullavate, che li portavate a casa dall’ospedale, che uscivate per la prima passeggiata, che gli insegnavate ad usare il vasino.

Fate memoria preziosa di quei momenti: ogni tanto è giusto soffermarsi, con malinconia e tenerezza, su quei ricordi meravigliosi.

Ma perché non soffermarsi anche su quelli un pochino più dolorosi? Proviamo a pensarci: la maternità è uno dei momenti più preoccupanti della vita di una donna. Se tutto sta andando bene, allora, perché non prenderlo come esempio e monito per capire che le preoccupazioni e i problemi passeranno e ne usciremo più forti e più felici? Forse sembra un concetto astruso, senza senso. Ma non lo è, ed ora vi spieghiamo come.

La bellezza della maternità sta anche nelle preoccupazioni: come la maternità ci rende forti anche grazie al caos delle situazioni che porta con sé

La maternità è un momento bellissimo. La nostra vita, nel momento in cui diventiamo mamme, cambia completamente, e d’ora in poi sarà nel bene e nel male misurata su quello. I figli ci riempiranno la vita, staranno al centro dei nostri pensieri. Non saremo più solo noi. Ora ci sono loro, e poi noi.

Guardarli crescere è bellissimo, e porta con sé tanta gioia. Ma questa gioia non è un idillio, e spesso costa cara. Anche se, alla fine, il risultato è così immenso da farci superare tutto e da rendere il resto bazzecole.

Se riguardiamo infatti ai momenti passati in cui siamo diventati genitori, è bello tornare agli attimi stupendi delle tappe della crescita dei nostri bambini e alle piccole abitudini che avevamo quando erano neonati o quando stavano crescendo. Ma è bene anche pensare alle difficoltà. Perché ognuna di noi le ha passate: è inevitabile, la maternità porta con sé delle preoccupazioni fortissime.

Fare il primo bagnetto senza ferirlo; essere capace di allattarlo; la pressione della paura di non essere una brava madre; la pressione degli altri che sembrano sempre giudicarti; lo svezzamento, pauroso nelle parole delle altre mamme…

Ma alla fine cosa è rimasto? Come è andata? Probabilmente la maggior parte di noi è riuscita a fare un perfetto bagnetto senza un graffio, e nei primi anni ne ha fatti talmente tanti da eseguirli ormai meccanicamente; il latte è arrivato tranquillamente; il giudizio degli altri finalmente è scivolato addosso, perché abbiamo capito che, chissenefrega, i consigli vanno bene fino ad un certo punto; lo svezzamento si è rivelato complicato ma alla fine nessuno è morto di fame…

Ecco, la paura c’era, e probabilmente è ancora un ricordo molto vivido dei primi anni di maternità. Ma questa paura è fisiologica, normale e necessaria. E ci può anche fare molto bene psicologicamente: quando qualcosa ci fa così timore, nel momento in cui viviamo questa sensazione ci sembra un problema insormontabile. Ma poi riusciamo in (quasi) tutto (non siamo mica supereroine nemmeno noi), e allora le cose si ridimensionano e capiamo che la forza arriva anche dalla paura. Ecco perché dobbiamo fare tesoro di queste paure.

Gli inconvenienti fanno parte della vita. E magari sono proprio quegli inconvenienti ad essere i ricordi più preziosi che abbiamo.

Lo stesso vale per il caos. La vita non è perfetta, e soprattutto non è la maternità. Ecco perché i migliori ricordi che per sempre terremo nel cuore, volenti o nolenti, spesso sono i più disordinati: i pannolini sporchi, i disegni sul muro, il bagno allagato…

Ogni tanto quindi fermiamoci e facciamo una fotografia mentale della nostra famiglia: non sarà perfetta, ci saranno nei e preoccupazioni ogni giorno, caos e disordine ad ogni angolo della casa (e della testa). Ma è giusto così, ed è bellissimo.

Giulia Mandrino  

È un dato di fatto: in moltissime culture orientali o diverse dalla nostra, i bambini sono soliti dormire con i genitori. Si chiama co-sleeping, e in Giappone è diffusissimo. Anzi, potremmo dire che sia la normalità. Mamme e papà sono soliti dormire con i loro bambini fino a che non nasce un secondo o un terzo figlio. I più grandi, quindi, per fare spazio al più piccolo si spostano, ma continuano a dormire con qualcuno della famiglia, che sia il papà, il nonno o la nonna. Non lo fanno per mancanza di spazio o povertà, perché anche quando le stanze sono grandi e le possibilità ci sono (e cioè nella maggior parte dei casi) mantengono questo uso. Semplicemente, è così.

Noi occidentali, insomma, promuoviamo l’indipendenza (anche fisica e affettiva), mentre in Giappone il senso di famiglia e affetto è radicato e promosso. Ecco perché se noi chiamiamo “bamboccioni” i figli che stanno in casa dopo i 25 anni, per loro invece è normale, sano e auspicabile: è amore, è attaccamento alla famiglia.

Dall’altra parte, i giapponesi sono abituati comunque a spronare i propri figli all’indipendenza. Non è un’ossimoro: in casa e in camera da letto praticano la vicinanza, il contatto e l’affetto fisico ed emozionale profondo (ma mai abbracciandosi!), ma fuori insegnano subito ai bambini come vivere la vita. Ecco perché in metropolitana o sugli autobus si vedono bimbi di cinque anni da soli andare verso la scuola con i loro zainetti colorati.

Detto questo, in Giappone hanno anche un’altra tradizione bellissima, che è quella di dormire sui futon. Sì, i bambini stanno nel centro mentre mamma e papà stanno ai lati. In ogni caso, co-sleeping o non co-sleeping, il futon è un elemento d’arredo molto intelligente, comodo e affascinante. Perché quindi non sceglierlo per noi, ma soprattutto per i nostri figli?

Il futon per bambini, quando cultura montessoriana e giapponese s’incontrano: scegliere un futon per favorire il co-sleeping, per aiutare i bambini a raggiungere la sana indipendenza e per portare un po’ di cultura orientale nella nostra casa

Ciò che conta, va detto, è una sola cosa: non c’è un modo sbagliato di dormire, non c’è un modo errato di crescere i figli. C’è chi si sente a proprio agio con il co-sleeping, chi non riesce proprio, fisicamente e psicologicamente. La cosa migliore e più giusta da fare, quindi, è seguire il proprio istinto e la propria natura, scegliendo di dormire come più ci viene naturale, per noi, per la nostra famiglia, per la coppia e per i bambini.

Il futon, in entrambi i casi è una scelta davvero comoda e naturale. Se, come i giapponesi, siamo una famiglia che pratica il co-sleeping, non c’è una struttura letto più adatta, essendo bassa e larga e quindi comodissima per dormire in più persone. Proprio come i genitori giapponesi, anche noi potremmo dormire sui futon con i nostri bambini al centro, ricordando l’ideogramma che recita “fiume”, con due stanghette più lunghe ai lati e una più corta nel mezzo (川).

Dall’altra parte, se il nostro bambino dorme già da solo e se stiamo pensando di adottare in cameretta la pedagogia di Maria Montessori, sappiamo che il futon ricalca esattamente i precetti e le regole stilate dalla pedagogista italiana: il lettino dei bambini dovrebbe infatti essere basso e lineare, comodo, per poter permettere al bambino di muoversi su e giù in libertà, per stimolare in lui il senso di indipendenza e permettergli di sperimentare ciò che può quando vuole. Scendere e salire dal letto da soli è infatti uno dei primi passi verso quell’autonomia che gli servirà moltissimo per imparare nuove cose e per muoversi nel mondo.

Se ci pensiamo, il lettino o il futon montessoriano non sono però nemici del co-sleeping: anche se infatti la nostra cultura occidentale si strugge ancora per accettare il dormire insieme in famiglia, e anche se facciamo fatica a farlo (nonostante la volontà di provare questa pratica!), nessuno vieta e nessuno punta il dito contro il fatto che i bambini, com’è naturale che sia, spesso la notte si sveglino e capitino nel lettone dei genitori. Con un lettino basso come un futon questo gli risulterà più semplice sin dai primi passi, evitando cadute dal letto.

Insomma, il futon è praticamente sempre una buona idea. Anche per il fatto che è costruito in maniera naturale e che i materassi seguono sempre rigide regole qualitative che conciliano il sonno e lo rendono comodo e sicuro. “Futon” in giapponese significa infatti proprio “materasso arrotolato”, quindi anche se pensiamo subito al letto completo, in realtà ci stiamo riferendo al materasso, che è la parte più importante del letto, quella che condiziona il nostro dormire e il nostro fisico.

Optando quindi per aziende che si concentrano sulla qualità dei futon, possiamo scegliere di mettere nella cameretta dei bambini questo tipo di letto, al posto delle solite strutture pesanti e ingombranti. Già, perché un altro punto a favore del futon è il fatto che sia flessibile, comodo da spostare e leggero. Per fare un letto-futon basta infatti questo materasso arrotolabile (che è possibile piegare a metà in modo da realizzare un divanetto), corredandolo o meno con un tatami, la tipica stuoia bassa giapponese che riveste i pavimenti delle case che è utilizzata anche come base del letto.

Noi abbiamo scoperto, in linea con la nostra filosofia di vita bio e rispettosa, i futon di Vivere Zen: ci piacciono moltissimo perché sono realizzati in materiali naturali (con tre strati di puro cotone cardato abbinato a lattine o fibra di cocco) e perché assorbono l’umidità, fanno traspirare il corpo e mantengono il caldo in inverno e il fresco in estate. Non ci sono parti metalliche, e quindi sono sicurissimi per tutte le stanze della casa, ma soprattutto sono elastici ed ergonomici come nella migliore tradizione giapponese. In generale, l’azienda propone lettini montessoriani abbinandoli sempre ai prodotti di tradizione giapponese: un’accoppiata certamente vincente che non potrebbe piacerci di più. E che noi completeremo sicuramente con i piumini in mais e cotone per bambini, per inverni caldi ma traspiranti.

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Per realizzare un ambiente dal calore orientale, quindi, possiamo scegliere i loro futon (presenti in tantissime dimensioni, in modo da scegliere quella più adatta a noi e ai nostri figli) abbinandoli ai tatami dai diversi spessori, mettendoli in cameretta e utilizzandoli sia come lettini per i bambini sia come divanetti all’occorrenza. Sono comodissimi, oltre che bellissimi da vedere, igienici, elastici e sicurissimi.

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Di giorno, poi, avere il futon è fichissimo, poiché oltre a farlo diventare un divanetto possiamo sempre arrotolarlo in maniera super veloce e lasciare il tatami sul pavimento, utilizzandolo come tappetone per il gioco.

Non solo: sono un’ottima soluzione per le stanze per gli ospiti e per i pijama-party dei bambini; e poi li si rinfresca in un attimo, stendendoli sul davanzale delle finestre.

Molti benefici e apparentemente zero svantaggi (sarebbe solo meglio avere il legno a terra, e non la ceramica; ma basta coprirsi un po’ di più per non sentire il freddo!). Il futon per bambini è una scelta consapevole, sicura, stilosa e naturale, e il co-sleeping, come il dormire all’occidentale (con un pizzico di giapponesità!), non ne possono che uscire con numerosi vantaggi.

 Giulia Mandrino 

No, non ce ne vergogniamo: certo che vorremmo sempre, ogni minuto, dedicare la nostra attenzione ai bambini. Ma a volte non ce la si fa. A volte si torna a casa e c’è la lavastoviglie da caricare, il bucato da lavare, la casa da mettere a posto, il lavoro da recuperare. E noi genitori ci troviamo divisi tra il voler seguire i bambini nei loro giochi (anche se diciamolo: il gioco in autonomia, liberi dai genitori, è fondamentale per la crescita) e gli obblighi della vita adulta.

In questi casi, la migliore cosa è (quando i bambini sembrano proprio volere la nostra attenzione o non avere idee) spiegare la situazione e proporre giochi semplici, educativi e soprattutto divertenti, evitando di piazzare i bimbi davanti alla tivù o con l’ultimo videogioco (vi abbiamo già parlato, infatti, dei pericoli della tecnologia).

Ecco quindi qualche idea per far sì che i bambini si divertano con giochi sensoriali, mentre noi ci dedichiamo, ahinoi, alle faccende di casa. Perché i giochi sensoriali sono bellissimi: aiutano i bambini a crescere armoniosamente e li divertono moltissimo.

Come tenere impegnati i bambini con i giochi sensoriali: le nostre proposte di attività sensoriali divertenti e coinvolgenti che entusiasmano sempre i bambini

Ogni età ha chiaramente i suoi giochi preferiti, e certe cose impegnano i nostri bambini più di altre. I primi anni, ad esempio, basteranno davvero dei semplicissimi oggetti piazzati davanti al muso per far sì che i bambini si concentrino e si divertano con poco! Ad esempiole etichette. Sì, proprio quelle dei vestiti e dei pupazzi, che, fateci caso, i bambini spesso e volentieri torturano con le manine e con la bocca.

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Man mano cresceranno, le attività potranno farsi sempre più elaborate e fantasiose. Se in casa avete delle bottiglie sensoriali (sono semplicissime da realizzare! Ecco come), utilizzatele in questi momenti: i bambini si lasceranno incantare dai movimenti, dai suoni, dai colori…

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Passiamo quindi alle busy board, le tavole per impegnare i bambini: possiamo costruirle noi con ciò che troviamo in casa (viva il riciclo!) e lasciare che i bambini sperimentino tutti gli oggetti che ci abbiamo attaccato.

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Sempre con l’idea di utilizzare ciò che abbiamo in casa in maniera sensoriale, perché non usare i legumi per inventare attività divertenti, creative e che stimolano gli occhi e le mani dei bambini? Con i fagioli, i ceci, le lenticchie e i piselli (secchi, naturalmente) si possono realizzare dei collage incollandoli su dei cartoncini, oppure creare delle decorazioni su della pasta modellabile, o ancora classificarli in base a forma e colore (un’attività molto montessoriana che trovate qui, nel nostro articolo dedicato al gioco sensoriale con i legumi).

Sempre in cucina, prima dei mestieri, possiamo preparare super velocemente della pasta di sale: con questa poi i bambini potranno realizzare delle piccole sculture o sbizzarrire la loro creatività.

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Con le spezie, invece, possiamo lasciare che i bambini provino a colorare e disegnare, in un’attività che coinvolge le mani e la vista (e la creatività), ma anche l’olfatto, grazie ai profumi di queste colorazioni fatte in casa. Qui trovate le nostre indicazioni per colorare con le spezie.

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Ottima idea sono anche le working station, postazioni nelle quali il bambino imparerà tramite il gioco a usare al meglio le sue manine. Possiamo fargli stendere i vestitini delle bambole e dei peluche, oppure giocare con una macchinetta per bucare la carta, farlo scrivere sul pongo… Possiamo inventarne di mille tipologie.

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E, alla fine, possiamo sempre affidarci ai libri. Non importa se i bambini non sanno ancora leggere: possiamo lasciare che li sfoglino e che guardino le figure (abituare i bambini sin da piccoli ad amare l’oggetto-libro e appassionarli alla lettura anche quando sembrano odiarla è sempre un bellissimo proposito). Oppure possiamo lasciargli recitare i libri che ormai conoscono a memoria. Ancora meglio: esistono dei libri tattili (come Biancaneve, appena uscito) interessantissimi e divertenti: puntiamo anche su quelli! 

Giulia Mandrino 

8 semplici e bellissime pettinature per bambine

Giovedì, 09 Novembre 2017 10:28

Se come noi amate provare sulle vostre figlie delle pettinature da bambina diverse e bellissime, saprete anche che trovarne di semplici non è facile. In realtà ci sono delle acconciature davvero semplici da realizzare, veloci ed economiche (vade retro parrucchiere!), ma dall’effetto strabiliante, che le nostre bimbe potranno sfoggiare tutti i giorni oppure in qualche occasione particolare!

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Codini bambina, Depositphotos

Non serve per forza ricorrere a pieghe, piastre, coiffeur professionisti e trecce intricatissime; ci sono acconciature da bambina semplici, efficaci, veloci e davvero graziose, che piaceranno a loro perché molto carine e che ameremo noi mamme e papà perché facili da realizzare, in pochissimo tempo.

Ecco quindi una selezione di idee per 8 pettinature per bambine davvero uniche, che possiamo realizzare a casa senza bisogno di portarle dal parrucchiere.

8 semplici e bellissime pettinature per bambine: code, trecce e acconciature da provare per i capelli delle bambine

Una coda semplicissima che si può realizzare anche a mano: basta un elastico. Facciamo una coda bassa, quindi allentiamo l’elastico, infiliamo un dito nell’attaccatura della coda e infiliamo i capelli della coda nel buco, tirando poi l’elastico come faremmo con una coda normale.

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(https://www.brit.co/toddler-hairstyles/?utm_campaign=pinbutton_hover)

A volte la semplicità paga: dei semplici codini bassi impreziositi con dei bei fiocchi renderanno le nostre principesse ancora più dolci.

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(https://www.instagram.com/p/BNfaHTODaoh/?taken-by=angelahardison&hl=en)

I fiocchi rendono stupende anche le cipolle alte: basta fare due codini con gli elastici e rotolarli su se stessi fissandoli con delle forcine. Quindi fissiamo anche i fiocchetti, sempre con le forcine.

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(https://www.wunderkinco.com/blogs/news/the-paper-raven-co-collection)

Oramai in internet si vedono trecce di tutti i tipi. A nostro parere sono stupende, ma anche abbastanza difficili da realizzare. Per chi dunque come noi non ha la manualità o il tempo per farle, torniamo alla treccia normalissima che ci hanno insegnato le nostre nonne: realizziamola con i capelli dietro alle orecchie e fissiamola poi come un cerchietto.

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(https://simpleasthatblog.com/2015/08/low-maintenance-hair-care-guide-for-moms-of-girls.html)

Questi codini sono super facili ma davvero d’effetto: serve solo qualche elastico sottile. Facciamo dei codini bassi, quindi infiliamoci sopra altri elastici, tirandoli per creare l’effetto “pom pom” in ogni sezione.

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(https://persnicketyclothing.com/products/marley-shortie-navy)

Lo chignon alto è sempre una buona idea, perché è elegantissimo e rimane ordinato per molto tempo (oppure possiamo farlo spettinata, un po’ shabby!). Questo è realizzato con la spugna per chignon, uno strumento simile ad un elastico ciccione che si infila sulla coda. I capelli andranno quindi girati e infilati nella spugna, fissandoli con forcine.

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(http://www.prettydesigns.com/hairstyles-little-girls/)

Con la tecnica simile a quella dei codini multipli di prima, ecco una pettinatura alta e ordinata da realizzare semplicemente facendo molte code una successiva all’altra, attaccate alla cute.

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(http://diply.com/hairstyles-princess-girls-hair-toddlers-kids-children-child/3?publisher=different-solutions)

Infine, la frangetta, che sta sempre bene (anche se i capelli sono un po’ mossi) e che permette di tenere i capelli sciolti o legati. L’importante è tenere sempre fuori dal raccolto la frangia!

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(https://it.pinterest.com/pin/ARBp8T--CjGQUwRKMM6N3H8Pg6XPk9ouVp3E9g-sBNefm_DCxapZKqQ/)

Per le bambine più ribelli e rock, un'acconciatura semplice, un po' disordinata e leggermente punk: le trecce con le punte rosa! Le si possono colorare temporaneamente con i gessetti per capelli, che vengono via al primo lavaggio.

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E un'altra pettinatura semplice, effortless (ovvero senza sforzo) e evergreen è il codino in cima alla testa, fatto rigorosamente con uno scrunchie, ovvero l'elastico morbido che fa molto anni Ottanta.

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Curando le amicizie curiamo noi stessi

Giovedì, 09 Novembre 2017 09:20

L’amicizia non è qualcosa di secondario nella vita. Non è qualcosa di contorno, che completa qualcosa di più grande. L’amicizia è fondamentale, sul podio dei rapporti. Perché non è solo la famiglia a definire chi siamo, ma sono anche gli amici. E curare le amicizie significa curare noi stessi. Stare bene con gli amici significa stare bene con noi stessi. Abbandonandoli, ci facciamo solo del male, e lo facciamo anche alla nostra famiglia.

Curando le amicizie curiamo noi stessi: perché mantenere vive le belle amicizie è fondamentale, e come queste si ripercuotono in positivo sulla nostra vita personale e famigliare

Sono vari gli studi che lo dicono chiaramente: l’amicizia f benissimo alla salute di una persona, a livello mentale e a livello fisico, poiché mentre riduce lo stress e aumenta il senso di benessere generale, rafforza anche il sistema immunitario e regolarizza la pressione sanguigna.

Il problema è che quando cresciamo e diventiamo adulti e la vita si fa un pochino più complicata, tendiamo a smettere di coltivare le nostre migliori amicizie perché riteniamo che ci siano cose più importanti a cui rivolgere la nostra attenzione. È normale: il lavoro, l’università, il matrimonio, i figli… Non parliamo di certo delle amicizie cattive o tossiche, quelle che decidiamo consapevolmente (e coraggiosamente) di troncare. Ma di quelle importanti che nonostante ci facciano stare molto bene rischiamo di eliminare piano piano dalle nostre vite.

Come dicevamo, i motivi del distacco sono molti, ma su tutti stanno proprio il matrimonio e i figli, poiché giustamente la famiglia ci prende molto più tempo. Tuttavia questo tagliare (anche inconsapevolmente) i ponti con gli amici è davvero pericoloso, perché, come dicevamo all’inizio, gli amici sono molto importanti per la nostra salute personale: con loro parliamo di cose di cui non parliamo con il nostro partner; ridiamo spassionatamente; ci incoraggiamo a vicenda quando serve; ci lasciamo ispirare; ci aiutiamo vicendevolmente.

Ci fanno stare bene con noi stessi, insomma, in un modo differente da quello del nostro partner o dei nostri figli, perché ogni persona nella nostra vita ha un compito specifico e non è nemmeno giusto incaricare qualcuno di aspettative su aspetti che non gli appartengono: un marito è un marito (e anche se è un grande amico non sarà mai un’amicizia come quella con la vostra migliore amica o con il vostro storico gruppo), un figlio è un figlio e un amico è un amico. Punto.

Come sempre dobbiamo ricordare che stare bene con se stessi fa benissimo ala famiglia. Di conseguenza, curare un rapporto che si ripercuote positivamente sulla nostra salute è iper benefico anche per la famiglia. Meglio quindi sforzarsi un attimino (non serve molto! All’amicizia possiamo dedicare anche solo qualche minuto, ma di qualità) per non perdere del tutto le nostre amicizie nel momento in cui cambiamo lavoro o città, quando siamo troppo presi dalla vita, quando ci sposiamo o abbiamo figli.

Non importa se qualche amico l’abbiamo già perso lungo la strada. Perdoniamo noi stessi per essere stati amici carenti e perdoniamo loro per non aver fatto la loro parte (ognuno ha le sue colpe!) e rimettiamoci in contatto. Gli amici che meritano ritorneranno, gli altri, senza risentimento o sentimenti negativi, non importa se non accoglieranno il nostro invito.

Non servirà, quindi, vedersi tutti i giorni: tutti abbiamo la nostra vita, non è una colpa e ognuno lo capisce in cuor suo. Se non riusciamo a vederci frequentemente, bastano quindi pochi messaggi, qualche email, delle belle telefonate, un caffè ogni tanto. Non importano il quando o il quanto, ma il come!

 Giulia Mandrino 

“Una famiglia è una famiglia… Sempre!”

Mercoledì, 08 Novembre 2017 14:51

Certi libri parlano dritti al cuore. Certi libri ce li ricorderemo per sempre. Certi libri ci aiutano a spigare cose che con le nostre parole non riusciremmo ad esprimere. Certi libri insegnano l’empatia. Certi libri fanno piangere, ridere, riflettere, aprire gli occhi.

C’è un libro che fa tutto questo, ed è perfetto per mostrare ai nostri bambini la bellezza della famiglia. Di tutte le famiglie, perché nessuna è uguale ad un’altra, e anche se certe famiglie potrebbero apparire più strane di altre, tutte hanno il sacrosanto diritto di essere chiamate “famiglie”.

“Una famiglia è una famiglia… Sempre!”: il libro di Sara O’Leary e Qin Leng per parlare della bellezza della diversità e di tutte le famiglie del mondo

“Una famiglia è una famiglia… Sempre!” è un libro di Sara O’Leary e Qin Leng edito da La Margherita che tutte le librerie dei bambini dovrebbero avere: parla in maniera diretta, semplice, schietta e dolcissima ai nostri bimbi per parlare di un tema super attuale e spesso contestato. La famiglia.

Il pretesto è una lezione a scuola. Una lezione molto semplice, in cerchio (che bella didattica, quella del Circle Time!), nella quale la maestra chiede ai bambini di descrivere la propria famiglia e di dire secondo loro cosa la rende speciale. Ed ecco che parte il racconto di ogni bimbo.

C’è chi ha una nonna che fa da mamma e papà, c’è chi ha una mamma e un papà che gli somigliano (ma che non sono per niente uguali a lui, perché ognuno è se stesso!), chi ha due mamme, chi due papà, chi tantissimi nonni, chi tantissimi fratelli accolti da genitori generosi, chi sta un po’ con la mamma e un po’ con il papà, chi ha ordinato un bebè su internet, e poi chi è stato adottato.

Il libro parla davvero a tutti, perché tutti i bambini sin dall’infanzia dovrebbero imparare ad apprezzare la diversità. È adatto a tutti proprio per questo: perché finalmente la società (o almeno la maggior parte) ritiene normali tutte le famiglie, e se ci fosse ancora qualcuno non convinto, be’, questo libro farà capire ai nostri figli che ciò che conta sempre è l’amore, e che non dobbiamo mai sentirci a disagio per la nostra famiglia, e soprattutto non dobbiamo mai fare sentire a disagio gli altri per la loro, giudicando o non empatizzando.

Soprattutto, questo libro parla a tutti i bambini adottati, perché è proprio un bambino arrivato da lontano, nato nel cuore della sua mamma e non dalla sua pancia, a parlare. I bambini la cui mamma si sente sempre chiedere se siano “proprio figli suoi”, o quali siano quelli “veri” fra i tre fratellini. Sono tutti “veri” (“Non ho nessun figlio immaginario!” risponde la mamma ad una perfetta zia Ignazia, alla fine).

Perché a fare una famiglia non sono le modalità, le forme o le convenzioni. È l’amore che intercorre tra i componenti. E poi quanto è bello un mondo vario, colorato, diverso e tutto da scoprire?

Il linguaggio è così semplice e tenero che viene voglia di rileggere questo libro cento volte. Le immagini eteree e bellissime, confusionarie al punto giusto e stimolanti per tutti i bambini. Un libro completo, insomma, che, davvero, consigliamo a tutti. Ma proprio tutti tutti. Mica solo ai bambini.

 

Sì, è vero, il titolo ricorda “Fate la nanna” di Eduard Estivill Sancho e Sylvia de Béjar. Ma non ha niente a che vedere con questo libro, che come abbiamo più volte spiegato propone un metodo educativo deleterio e sbagliato. E lo si vede già dal verbo: dal "fate" imperativo passiamo al "facciamo", che include il concetto di condivisione e di "insieme".

No, Grazia Honegger Fresco non propone metodi brutali, ma varie soluzioni dolci e rispettose per rendere il sonno del bambino, soprattutto quando inquieto, più tranquillo. Insomma, l’autrice ci guida alla scoperta dei cicli di sonno dei bambini, per comprenderli meglio e sapere trattare la situazione con delicatezza e senza ricorrere a metodi drastici e rigidi che possono avere conseguenze molto negative sui nostri figli.

“Facciamo la nanna”, il libro giusto sul sonno dei bambini: Grazia Honegger Fresco ci spiega come conoscere la nanna dei bambini e come fare per renderla il più serena possibile

Premessa: l’autrice è un’allieva di Maria Montessori, e questo fatto si respira benissimo nel suo libro dedicato alla nanna dei bambini, "Facciamo la nanna". Perché è una lettura che parla del sonno dei bambini e dei metodi che possiamo utilizzare per renderlo più sereno in maniera dolce, rispettando i loro ritmi, e il rispetto del bambino è proprio ciò che caratterizza sempre la didattica di Maria Montessori (qui potete trovare tutti i nostri articoli a lei dedicati).

I bambini fanno fatica a dormire, capita. Hanno un ritmo sonno veglia differente dal nostro. Ma questo non significa che dobbiamo abituarli sin da subito alle nostre nottate lunghe, e soprattutto non significa che dobbiamo negargli un bisogno naturale che hanno, che è quello di essere consolati e coccolati. Non è un vizio, non è un capriccio, nella maniera più assoluta: è un bisogno umano primario, e la violenza dei metodi che consigliano di imporre l’autonomia anche quando il bambino palesemente ne soffre sono davvero tristi e dannosi.

Ciò da cui dobbiamo partire è un concetto semplice: il sonno sta alla base delle ore di veglia. O meglio: un buon sonno ha effetto positivo sulla giornata, e una giornata serena è diretta conseguenza di una buona nottata.

Per questo motivo i genitori dovrebbero iniziare a guardare al sonno dei loro figli da una nuova prospettiva, che non è quella dell’indipendenza a tutti e costi, e subito, ma quella del benessere psicofisico che deriva dal sonno di qualità. Non serve (anzi, è proprio sconsigliato) ricorrere ai metodi veloci, immediati e autoritari che cercano di imporre un determinato al sonno al bambino, spesso con conseguenze negative e comunque con pochi risultati. Serve invece trovare approcci rispettosi e amorevoli, che rispettino l’individualità e le tendenze del bambino, che è diverso da tutti gli altri.

Come una mamma sa riconoscere il linguaggio del suo neonato quando ha fame, ha sonno, è inquieto o sta male, così saprà riconoscere, attraverso un po’ d’attenzione, qual è il sonno migliore per il suo bimbo, cercando di donargli di volta in volta e con dolcezza la calma. Sarà questa calma la chiave delle notti serene.

Tra i consigli che si trovano nel libro ce ne sono alcuni davvero preziosi.

Innanzitutto, cerchiamo di abituare i bambini al ritmo sonno veglia in maniera graduale, sin dai primi giorni, che sono quelli fondamentali poiché questo ritmo è dettato dall’ora del giorno o della notte in cui il bambino nasce. Cerchiamo quindi di arrivare al ritmo sonno-veglia biologico (quello che segue il giorno e la notte) gradualmente, senza forzare ma sfasando piano piano le dormite.

Anche i rituali della nanna sono importanti, e più sono abituali meglio è. Una ninna nanna costante, una lettura ogni sera, una particolare coccola: scegliete qualcosa di piacevole e ripetetelo ogni sera.

Cercate anche di non iperstimolare i bambini durante il giorno. Non vale infatti la regola “se si stanca poi avrà sonno”, perché l’eccessiva stimolazione stressa il bambino.

Il co-sleeping, almeno fino all’anno di età, è altamente raccomandato. Nel lettone o comunque nella stessa stanza, il bambino acquisirà benefici poiché il suo ritmo si sincronizzerà con quello di mamma e papà.

E, soprattutto, non ignorate il vostro bambino. Anche quando dormirà da solo, se avrà bisogno di voi andate da lui. Vicino. Non lasciatelo a piangere come qualcuno suggerisce. I bambini sono cuccioli di esseri umani e il loro istinto li porta a voler stare vicino alla mamma. Non è vizio e non è capriccio, è natura, e il senso di sicurezza che si instaura durante questi momenti è di vitale importanza per lo sviluppo e la crescita.

Anche perché, siamo seri: prima o poi i bambini imparano a dormire da soli, a non venire nel lettone, a non spaventarsi e a dormire sonni tranquilli. Ognuno con i suoi tempi, senza affrettare nulla!

 Giulia Mandrino 

Sara

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Cecilia

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